Millennial

Nel mondo i Millennial, i nati tra il 1977 e il 1997, sono quasi 1,8 miliardi, praticamente 1 persona su 4.
Su di loro si è scritto e detto di tutto, soprattutto in relazione al mercato del lavoro.
In questo articolo, proviamo a capire chi sono, tra stereotipi, falsi miti e qualche numero.

In un articolo del 2014 di HBR - Harvard Business Review si parla, per la prima volta in modo strutturato, di Age Diversity e, quindi, di Age Management, ovvero dell’articolata gestione in azienda di lavoratori che appartengono a generazioni differenti. Per la prima volta, a livello internazionale, si pone l’accento sull’urgenza di intervenire in modo strategico e con strumenti idonei per rendere questa relazione tra mondi così lontani fruttuosa, non solo per l’azienda, ma per gli stessi lavoratori.

Oggi il tema è diventato centrale, come dimostra la Diversity Management Checklist stilata dalla Commissione Europea per aiutare le imprese a ripensarsi in un’ottica di maggiore inclusione rispetto al concetto di diversità (di genere, etnia, di età, ecc.).

Non è mai accaduto che ci fosse un incontro generazionale di tale portata. Un vero melting pot anagrafico composto da quattro generazioni:

  • i Baby Boomer (nati tra 1946 e il 1964): i self-made men che vedono l’età della pensione allontanarsi ad ogni cambio di legislatura, che hanno lavorato sempre per la stessa compagnia, e di cui conoscono valori, storia, mission;
  • la Generazione X (nati tra il 1965 e il 1976): l’organico di molte aziende è composto soprattutto da questa generazione, la “generazione invisibile” come fu etichettata nei primi anni Ottanta;
  • i Millennial (nati tra il 1977 e il 1997): la generazione always on o liquida per parafrasare Bauman;
  • la Generazione Z (nati dopo 1997): giovanissimi, mobili e iperconnessi.

Sebbene queste siano solo generalizzazioni, ci aiutano a comprendere meglio le dimensioni di questa diversity e, dunque, l’importanza della sfida che abbiamo di fronte.

Adecco e la sfida generazionale

Adecco è presente in Italia da più di 20 anni. Oltre ad affrontare i molteplici cambiamenti che hanno interessato il mondo del lavoro, ha assistito alla crescita di queste generazioni nel tempo. Ecco perché oggi è pronta a rispondere alle sfide che le organizzazioni affrontano quotidianamente nella gestione del capitale umano.

Proprio per adattarsi meglio a questi cambiamenti, Adecco:

  • ha sviluppato nuove business line;
  • cura l’inserimento dei giovani attraverso specifici percorsi di formazione;
  • ha creato partnership con nuovi brand.
  • Il nostro obiettivo è affiancare il lavoratore in tutto l’arco della sua carriera professionale.

Identikit di una generazione cerniera

«Questa è l’unica epoca in cui i figli stanno peggio dei padri, e la nostra risposta qual è? Mangiare sushi»
Oggi, in Italia, i Millennial rappresentano il 17% della popolazione, circa 10 milioni di persone di età compresa tra i 23 e i 43. Sono, nelle parole di Roberto Binaghi, CEO di Mindshare Italia, «una generazione cerniera tra passato e futuro», incastrata tra il vecchio e il nuovo in una zona grigia indefinibile. Sono figli dei Baby Boomer, le persone nate tra gli anni Quaranta e i primi anni Sessanta, durante l’esplosione dei consumi, e diventate adulte con il secondo boom economico negli anni ’80. È su quell’eco di prosperità, ottimismo e speranza per il futuro che sono cresciuti, nella convinzione che ogni sogno sia realizzabile, ogni desiderio esaudibile, ogni possibilità concreta, solo credendo in sé stessi. Quello che, però, scoprono è la frustrazione di una maturità in stand-by. Eventi di straordinaria drammaticità come la grande recessione del 2008, la più grave crisi economica dagli anni della Depressione degli anni Trenta, e l’attacco alle Torri Gemelle con l’ombra lunga del terrorismo, li condannano a un costante senso di precarietà, insensatezza e incertezza, nel lavoro e nelle relazioni. Riflettono, così, nella loro articolata identità e nei comportamenti, il pesante contrasto tra le aspettative personali (altissime) e la realtà (tutt’altro che rosea).

Nel maggio del 2013, il Time dedica la sua copertina alla Generazione Y, c’è una ragazza intenta a farsi un selfie con il proprio iPhone, e titola «The Me Me Me Generation. Millennials are lazy, entitled narcissists who still live with their parents. Why they’ll save us all». Per Joel Stein, l’autore dell’articolo, ciò che li definisce più della loro pigrizia e narcisismo è la loro straordinaria resilienza, l’attitudine al cambiamento come paradigma di vita, l’abilità di adattarsi velocemente in un mondo che altrettanto rapidamente cambia.

Always on tra Internet e Social Media

Sono la Net Generation, la generazione della Rete, nati e cresciuti in piena rivoluzione digitale, Internet, gli smartphone, i social. Non sono nativi digitali, ma sono comunque immersi in una cultura iperconnessa, che li ha resi global e multi-tasking.

Il 76% dei Millennial italiani è, infatti, connesso a Internet e, in base a un’elaborazione Nielsen dei dati Audiweb, rappresentano il 55% degli utenti online tra le 12 e le 21. Secondo una survey condotta da GlobalWebIndex su circa 114 mila utenti da tutto il mondo di età compresa tra 16 e 64 anni, i Millennial passano 2 ore e 38 minuti al giorno sulle piattaforme social, prediligendo Youtube (88%) e Facebook (83%). Un’altra ricerca, di Goldman Sachs, rivela come i social siano considerati fondamentali nelle scelte di consumo, il 34% dei Millennial under 36, infatti, si rivolge alle proprie reti online prima di finalizzare l’acquisto.

Ancora, sono quelli che, rispetto alle altre coorti anagrafiche, ripongono maggiore fiducia nei social media, ritenendoli attendibili fonti di informazione. Inoltre, secondo un’indagine condotta da LinkedIn il 56% dei Millennial intervistati afferma che non accetterebbe un’offerta professionale qualora gli venisse negato l’accesso ai social network.

Qualcuno sostiene abbiano bisogno di un digital detox, vero o meno, è indubbio che l’uso della rete e, soprattutto, dei social media, abbia influenzato il loro modo di consumare, di lavorare, di vivere.

Consumo infedele e sharing economy 

I Millennial sono consumatori infedeli, perché alla ricerca costante dell’offerta migliore, del servizio più veloce, dai brand si aspettano unicità, autenticità, esperienze. Sono consumatori complessi, il loro customer journey quando devono acquistare un prodotto o usufruire di un servizio non è mai semplice.

Un’indagine presentata da Bain&Company per il Gruppo 24 Ore racconta di una generazione che usa app, siti, canali social per informarsi, ottenere sconti, comparare prezzi, ma è più tradizionalista quando si parla di acquisti. Riportiamo alcuni dati: il 49% acquista abbigliamento e accessori prevalentemente nei negozi fisici, mentre solo il 6% lo fa solo online. Se si tratta di food, 10 Millennial su 10 scelgono il supermercato, il 60% di loro ordina cibo a domicilio almeno una volta al mese, il 27% lo fa tramite app e siti dedicati. Rispetto ai servizi, invece, sono digital quando si tratta di paragonare offerte o compiere operazioni di base - l’87%, ad esempio, utilizza l’app della propria banca - ma quando devono compiere scelte più complesse prediligono il luogo fisico.

Quello che conta per loro è la «comodità, intesa come combinazione di velocità e flessibilità». Più che pigrizia, in un mercato e in un mondo imprevedibili, il loro sembra pragmatismo. E pragmatismo è anche la scelta di condividere beni e servizi anziché acquistarli, dando così vita, ormai più di un decennio fa, alla cosiddetta economia collaborativa. Dalle auto ai vestiti, dal taxi alla casa, gli Echo-Boomer preferiscono la condivisione, l’accesso senza gli oneri della proprietà: il 55% è disposto a utilizzare auto condivise, mentre il 36% si dichiara interessato al pay-per-use su vestiti e accessori.

La ricerca di Goldman Sachs sopracitata fotografa una generazione per cui la qualità di beni e servizi conta, ma che dà valore anche al fattore prezzo, di più rispetto ad ogni altra generazione, il 33% rispetto al 27% dei non Millennial. Questo perché, come evidenzia l’ultimo rapporto Istat dello scorso luglio, sono la generazione economicamente più fragile rispetto alla generazione dei loro genitori, la prima dal dopoguerra a oggi che arranca a entrare nella classe media e che regredisce a condizioni sociali inferiori rispetto a quelle di partenza. Sembra evidente, dunque, che se non comprano casa, se non si sposano e non fanno figli o se li fanno, ma in ritardo rispetto alle generazioni che li hanno preceduti, se vivono ancora con la famiglia di origine (nel 2017 in Italia l’80% dei giovani tra i 15 e i 29 anni viveva ancora con i propri genitori), la sindrome di Peter Pan c’entra poco.

Lavoro: precariato, startup e job hopping

«Sovraistruiti, sottoimpiegati, terribilmente ottimistici», così il Time descriveva i Millennial su un manifesto pubblicitario di qualche anno fa. Nonostante siano più istruiti delle generazioni precedenti, si ritrovano a svolgere lavori precari, il più delle volte molto lontani dall’aree in cui hanno studiato e senza la prospettiva di un miglioramento contrattuale. Per moltissimi di loro, l’occupazione resta un miraggio, un rapporto di Cnel ha, infatti, riportato un dato drammatico: 1,4 milioni di giovani adulti, di età compresa tra i 24 e i 34 anni – dopo la recessione è rimasto fuori dal mercato del lavoro. È inevitabile che l’aver sperimentato, giovanissimi, l’indebolimento del contratto sociale abbia inciso sul loro orizzonte esistenziale, determinandone scelte di vita e approccio a lavoro.

Una delle attitudini più rappresentative di questa coorte anagrafica è la pratica del job hopping ovvero quella di cambiare spesso impiego, in media ogni 4 anni. Secondo la ricerca del Censis, Vita da Millennial, in Italia un milione di loro ha cambiato almeno due lavori nel corso di un anno, tendenza questa che trova eco anche in una ricerca globale condotta da PWC su 44 mila Millennial, l’80% di questi ritiene che lavorerà per non più di 3-4 aziende in tutta la vita, mentre il 36% dichiara che rimarrà legato all’attuale datore di lavoro dai 3 ai 5 anni. In moltissimi, tra manager e Risorse Umane, li considerano per questo sleali e inaffidabili. La verità è che sono ambiziosi e alla ricerca costante di un’occasione che possa accrescerne l’esperienza.

L’altra risposta alla precarietà è diventare startupper. I Millennial diventano imprenditori a 27 anni, i loro genitori lo erano a 35, tuttavia negli ultimi anni si è assistito a un drastico calo proprio del numero delle giovani imprese,19% in meno dal 2011 al 2018 con il 50% delle startup che non supera i due anni di vita. La startup, soprattutto quella creativa e digital, resta comunque un’ambizione per molti (74%), anche se non è la principale.

Secondo l’indagine 2018 dell’Osservatorio Generazione Z, Millennial, lavoro e welfare aziendale promossa da Edenred e Orienta su oltre 5mila ragazzi, infatti, i membri di questa generazione prediligono nettamente il lavoro dipendente a quello autonomo, l’88,92% del campione. Ma perché siano davvero appetibili ai loro occhi e lo restino nel tempo, le aziende devono poter garantire:

  • piani di welfare per la famiglia;
  • benefits;
  • equilibrio tra lavoro e vita privata;
  • flessibilità;
  • formazione e aggiornamento delle competenze;
  • iniziative di responsabilità sociale di impresa.
Un articolo su McKinsey&Company intitolava: «Millennial: fardello, benedizione o entrambi?». Con molta probabilità, la risposta dipenderà dal modo in cui le aziende sceglieranno di vederli, considerandoli parte del problema o parte della soluzione. Se accetteranno o meno l’invito a trasformare la rigida struttura aziendale, gerarchica e opaca, in una più dinamica e reattiva alle sempre più frequenti disruption.

Generazioni a confronto

Come sottolinea HBR nel suo articolo, la presenza di diverse generazioni in azienda pone la questione di combinare differenti valori e competenze di persone che sono nate e si sono formate in contesti differenti.
Qualunque impresa, grande o piccola che sia, deve essere preparata a tale confronto; solo dall’inclusione delle differenze, dalla valorizzazione delle pluralità (esperienziali, comportamentali e attitudinali), infatti, nascono opportunità, idee e successi. Diversamente, il rischio è quello di alimentare stereotipi e con essi un clima di diffidenza e insoddisfazione.

Generazioni a confronto

Come sottolinea HBR nel suo articolo, la presenza di diverse generazioni in azienda pone la questione di combinare differenti valori e competenze di persone che sono nate e si sono formate in contesti differenti.
Qualunque impresa, grande o piccola che sia, deve essere preparata a tale confronto; solo dall’inclusione delle differenze, dalla valorizzazione delle pluralità (esperienziali, comportamentali e attitudinali), infatti, nascono opportunità, idee e successi. Diversamente, il rischio è quello di alimentare stereotipi e con essi un clima di diffidenza e insoddisfazione.

Generazioni a confronto

Come sottolinea HBR nel suo articolo, la presenza di diverse generazioni in azienda pone la questione di combinare differenti valori e competenze di persone che sono nate e si sono formate in contesti differenti.
Qualunque impresa, grande o piccola che sia, deve essere preparata a tale confronto; solo dall’inclusione delle differenze, dalla valorizzazione delle pluralità (esperienziali, comportamentali e attitudinali), infatti, nascono opportunità, idee e successi. Diversamente, il rischio è quello di alimentare stereotipi e con essi un clima di diffidenza e insoddisfazione.

Baby Boomer (1946-1964)

Soprattutto in Italia dove è ancora molto presente il vecchio paradigma di avanzamento di carriera, la generazione leadership è formata dai più anziani Baby Boomer.
Costoro hanno la capacità di influenzare i collaboratori perché sanno come adattare la comunicazione a seconda delle esigenze.
Ma in un mondo in cui giovani trentenni sono a capo di multinazionali e startup di successo, bisogna saper gestire l’inversione di ruoli nel modo più indolore e efficace possibile, sia per i dipendenti senior che per i giovani responsabili.

Generazione X (1965-1976)

Questa generazione ha un ruolo centrale in azienda, poiché essendo spesso composta da lavoratori di lunga data, condividono già la cultura e i valori aziendali. Un tesoro, in altre parole, che va salvaguardato dalle scosse impreviste del cambiamento.
Un’altra caratteristica che riguarda la Generazione X è l’obsolescenza delle competenze. Questi lavoratori necessitano spesso di una riqualificazione delle skill per colmare il gap di competenze rispetto sia alle generazioni precedenti e sia a quelle successive.

Millennial (1977-1997)

È la generazione di mezzo, quella che sembra più predisposta ad un processo di apprendimento continuo, il cosiddetto lifelong learning, è quella in grado di sfruttare le competenze tanto dei colleghi più giovani quanto di quelli più anziani. I Millennial sono a tutti gli effetti la chiave strategica del cambiamento culturale in azienda: dai vecchi ai nuovi valori, da modelli di gestione gerarchica a modelli collaborativi, da forme tradizionali e analogiche di comunicazione all’uso strategico dei social media. Inoltre, proprio perché si collocano nel mezzo, sono i collaboratori che più di tutti possono favorire l’interazione e la reciproca responsabilizzazione nel team di lavoro.

Generazione Z (nati dopo il 1997)

La generazione Z è la più giovane e rappresenta uno strumento di attraction. Proprio per la loro età, sono coloro che permettono di far fronte a differenti bisogni fra ogni generazione. In un mercato del lavoro così instabile sono anche l’oggetto del desiderio delle aziende in cerca di talenti. Le Risorse Umane spesso fanno leva proprio su di loro per favorire un aumento della retention in azienda, al fine di una maggiore motivazione ed efficienza sia dal punto di vista tecnologico e sia di acquisizione di nuovi valori aziendali.

Noi di Adecco, grazie all’esperienza ventennale, siamo in grado di trovare soluzioni differenti anche in base alle generazioni di lavoratori.

Ad esempio una soluzione ideale per assumere i giovani Millennial è l'apprendistato con Adecco; invece per i Millennial "più senior" potrai contare sul supporto di Spring Professional specializzata nella ricerca e selezione di middle manager.

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Continua a seguirci, approfondiremo i temi legati ad ogni generazione: i link, le sinergie e i punti di contrasto con le altre. 

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