Reverse mentoring, perché lo scambio reciproco è una strategia vincente

Il reverse mentoring in azienda si sta dimostrando un efficace strumento interno per condividere esperienze, saperi, competenze. Non solo contribuisce a superare i pregiudizi legati all’età, ma aumenta il coinvolgimento di tutti i dipendenti.
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Nell’Odissea, prima di partire per la guerra di Troia, Ulisse affida il figlio Telemaco, ancora piccolo, a un saggio itacese, suo amico, come precettore e consigliere durante la sua assenza, il suo nome era Mentore. Da allora, la parola mentore nell’etimologia comune, soprattutto in ambito lavorativo, è stata usata per indicare una guida, una figura di riferimento che, per i suoi anni e la sua esperienza, accompagna in un percorso di crescita umano e professionale allievi più giovani e inesperti.

Tuttavia, come spiega in un articolo su Forbes Monica Magri, VP HR Italy di The Adecco Group, da quando in azienda convivono quattro differenti generazioni la mentorship ha cambiato aspetto, si è fatta più complessa e trasversale, riconoscendo nello scambio reciproco la chiave per crescere e migliorarsi, questo indipendentemente dall’età. Un mentore, oggi, può essere un Boomer, ma anche uno Zer o un Millennial.

“Nel processo tradizionale è sempre stata la persona più giovane ad avere il maggiore vantaggio in termini di apprendimento di competenze e di trasferimento della cultura aziendale. Per secoli è stato un fenomeno unidirezionale ma negli ultimi anni, in virtù dei cambiamenti demografici che hanno portato alla convivenza di diverse generazioni al lavoro e i sempre più rapidi cambiamenti sul fronte tecnologico, lo scambio è diventato bidirezionale.”

Reverse mentoring, l’apprendimento è un processo sociale

Alla fine degli anni ’90, l’allora CEO della General Electric, Jack Welch, si rese conto di non possedere alcuna competenza tecnologica in anni di grande fermento - nel 1995 Microsoft aveva lanciato sul mercato il suo primo browser per navigare in rete - si convinse, quindi, che per colmare una tale lacuna avrebbe dovuto guardare agli impiegati più giovani della sua organizzazione. Chiese a 500 dirigenti senior di fare lo stesso, di cercare dei mentori tra i nuovi assunti e imparare da loro a usare internet. Nasceva così il reverse mentoring e l’idea che la diffusione del know-how dovesse essere liquida e coinvolgere l’intero ecosistema organizzativo, non solo una sua parte.

Questa specifica modalità di mentoring è una sfida alle gerarchie tradizionali, perché si basa sull’assunto che tutte le esperienze, le capacità e le idee siano equamente valide, abbiano cioè lo stesso peso e lo stesso valore in un processo decisionale o durante un brainstorming e che solo una cultura del lavoro basata sull’ascolto e sulla fiducia è in grado di garantire stabilità in un mercato in continua evoluzione. In quest’ottica i dipendenti senior possono aiutare i più giovani a comprendere meglio e più approfonditamente la cultura aziendale, i suoi valori, a prendere confidenza con la leadership, mentre le figure junior restituiscono, ben oltre l’expertise digitale, competenze trasversali strategiche nel mondo attuale, l’attenzione ai temi della diversità, dell’inclusione, della sostenibilità, solo per fare degli esempi, rispondendo in modo inedito a questioni altrettanto nuove.

I benefici della reciprocità

Il mutuo scambio di competenze ed esperienze tra lavoratori con età e diversi livelli di anzianità in un’azienda ha molteplici benefici, il più rilevante è sicuramente il superamento di bias e stereotipi attraverso il consolidamento di relazioni professionali intergenerazionali. Ma c’è di più, perché il reverse mentoring contribuisce in modo significativo a un maggiore coinvolgimento di tutta la forza lavoro, aspetto questo considerato critico da molti datori di lavoro. L’engagement, in un mercato del lavoro scosso dall’effetto domino delle grandi dimissioni, dal quiet quitting e dal talent shortage, è la cartina al tornasole dello stato di salute di ogni organizzazione, perché ne garantisce competitività e rilevanza per il futuro.

“I benefici possono essere sorprendenti: pensiamo all’impatto motivazionale su figure senior che hanno la doppia opportunità di valorizzare la loro esperienza e acquisire nuove competenze digitali dove magari si sentivano più deboli. Essere in prima linea nel trasferimento delle proprie skill alle nuove leve significa rimettersi in gioco, consolidare il proprio ruolo e la propria expertise ottenendo anche maggiore visibilità.”

Il coinvolgimento e la connessione con i valori e la mission aziendale si declina in maggiore produttività, minor rischio di burnout e stress, ma anche minor turnover dei dipendenti, specialmente di quelli più giovani, tra Millennial e Generazione Z, i meno fedeli. Secondo la ricerca globale di The Adecco Group, Global Workforce of the Future 2022, questa coorte anagrafica di lavoratori è più consapevole di altre generazioni di ciò che il mercato può offrire loro. Sanno di avere un potere contrattuale più forte soprattutto di fronte ad aziende che faticano a trovare e trattenere talenti. È così per il 60% dei Millennial e per il 58% degli Zers. Se la mancanza di un’adeguata formazione in azienda è tra i motivi principali che spingono i lavoratori a lasciare il proprio posto di lavoro - sempre secondo la nostra ricerca, il 77% dei lavoratori lamentano una carenza di competenze e solo il 36% afferma che l’azienda per cui lavora valuta e investe nelle proprie skill - sviluppare programmi di reverse mentoring in un’ottica di life-long-learning rappresenta un efficace strumento interno per il reskilling individuale e, dunque, dell’intera organizzazione.


Perfettamente in linea con l8° Obiettivo dell’Agenda 2030, il reverse mentoring, se adeguatamente strutturato, non solo contribuisce a promuovere il lavoro dignitoso, riconoscendo e valorizzando le capacità del singolo, ma, migliorando l’occupabilità della forza lavoro attraverso lo sviluppo delle sue competenze, garantisce una crescita economica inclusiva e sostenibile.

The Adecco Group ha da tempo realizzato progetti strutturati e iniziative per favorire la contaminazione tra generazioni, tra questi citiamo il talent program CEO for One Month, che offre a giovani di talento l’opportunità di mettersi in gioco e di vivere un’esperienza unica di crescita personale e professionale. Dopo un’intensa selezione e il superamento di numerose prove, tra cui test logico-attitudinali, assessment di gruppo e un bootcamp, il premio finale è un training-on-the-job di 30 giorni con Andrea Malacrida, Country Manager di The Adecco Group Italia. Il vincitore o la vincitrice potranno seguirlo in tutte le sue attività quotidiane, scoprendo sul campo le diverse aree e funzioni aziendali e lavorando a stretto contatto con il Management Team dell’azienda. Inoltre, avranno anche l’occasione di sfidare i vincitori dei 47 Paesi aderenti per conquistare un posto da Global CEO for One Month.

Abbracciare la diversità: soluzioni e principi

Secondo stime recenti, entro il 2030 in Europa la popolazione in età da lavoro si sarà ridotta del 4%. Sostenere l’occupazione delle generazioni più giovani e di quelle più adulte è, dunque, la sola strada percorribile. Gli stereotipi e i falsi miti legati all’età devono essere superati, incoraggiando l’interazione e il dialogo costante e costruendo occasioni di incontro e di scambio reciproco tra lavoratori senior e junior.

Rinunciare a una simile opportunità significa perdere molto in termini di innovazione, di conoscenza e stabilità della propria forza lavoro. Per creare una cultura aziendale che accolga e promuova la diversità, in questo caso anagrafica, occorre tempo, ciononostante, le organizzazioni possono migliorare i propri processi attraverso l’assunzione di pratiche e visioni nuove tutti i giorni, a cominciare, ad esempio, da una revisione delle modalità di reclutamento dei propri dipendenti.

Processo di assunzione

È il più diffuso dei bias e riguarda soprattutto gli over 50: molto raramente questi riescono ad accedere a un colloquio di lavoro. Eppure sono una risorsa preziosa, perché, come scrive l’accademica Stefanie K. Johnson in un articolo per Forbes, essi possiedono molta più intelligenza cristallizzata (conoscenza esperienziale e competenze professionali) dei colleghi più giovani, cui si attribuisce, invece, un’intelligenza fluida (capacità di ragionamento astratto).

Per questo, come scrive anche l’Harvard Business Review, bisognerebbe offrire ai lavoratori più anziani posti di lavoro significativi. La formazione delle HR sul recruiting, la valutazione e la selezione dei candidati è il primo e più importante passo per costruire un ambiente realmente diversificato e inclusivo.

Come valorizzare la relazione di mentoring e prosperare

Naturalmente, quando si parla di reverse mentoring non mancano le criticità, è facile immaginare la difficoltà di mettere in relazione persone appartenenti a generazioni diverse. Spesso i programmi di tutoraggio incontrano degli ostacoli, come, per esempio, la resistenza degli over rispetto all’idea che i più giovani, con meno esperienza nel settore e da meno tempo in azienda, siano in grado di trasmettere loro nuove abilità e conoscenze. O ancora la mancanza di tempo e di rilevanza che può rendere lo scambio saltuario, superficiale e, quindi, sul lungo periodo del tutto inefficace. In questo senso è prioritario per le aziende adoperarsi per costruire una cultura che valorizzi l’inclusività, il dialogo, la condivisione di saperi, idee ed esperienze e che creda nella formazione come risorsa indispensabile per valorizzare e trattenere le proprie persone e, dunque, per avere successo.

Per aiutare le aziende a valutare in maniera approfondita, oggettiva e valida le competenze delle proprie risorse, Adecco ha creato la divisione Assessment Solutions, un centro di competenza di tipo tecnico consulenziale presente su tutto il territorio che progetta e realizza, avvalendosi di un team di esperti, percorsi di Assessment dedicati alla valutazione e valorizzazione delle persone. Tra questi c’è l’Assessment di sviluppo il quale prevede:

• Mappatura e bilancio delle competenze per successiva formazione
• Percorsi di sviluppo personalizzati
• Attività finalizzate allo sviluppo e all’autoconsapevolezza di Team
• Riconoscimento e valorizzazione del talento
• Analisi e sviluppo dello stile di leadership

con soluzioni create ad hoc e pensate per rispondere alle diverse esigenze delle organizzazioni. Approfondisci le nostre soluzioni di Assessment Solutions, richiedendo una consulenza.

Flessibilità

Nel mercato del lavoro attuale dare ai propri dipendenti l’occasione non solo di imparare, ma anche di trasmettere le proprie conoscenze e di condividere con gli altri il proprio sguardo sul mondo, significa renderli più forti, resilienti e pronti ad affrontare il futuro.

E il futuro, così come il presente, è costellato di nuove sfide, tra tutte il talent shortage, lo skill gap, soprattutto nelle aree chiave legate alle tecnologie digitali, il fenomeno delle grandi dimissioni e del quiet quitting che, nonostante la recessione non sembrano arrestarsi. Sullo sfondo, l’urgenza di un mercato del lavoro (e dunque di una vita) più sostenibile, inclusiva, equa, che abbia un impatto positivo e di lungo periodo sui singoli e sulle organizzazioni. In questa normalità dai contorni ancora indefiniti, di fronte a modelli di business, processi produttivi, comportamenti e attitudini della forza lavoro del tutto inedite, lo abbiamo visto, molti leader e datori di lavoro faticano a comprendere come agire per trattenere una forza lavoro così eterogena non solo per età, ma per aspettative, bisogni, desiderata.

Con “Quattro generazioni in azienda e la sostenibilità aziendale”, la nostra seconda serie Adecco di approfondimenti sull’Age Management, abbiamo voluto indicare alle aziende una direzione verso cui guardare, offrendo spunti di riflessione e soluzioni pratiche rispetto a tematiche tanto complesse quanto cruciali. Affrontarle in modo efficace, anticiparle in alcuni casi, significa guadagnare uno straordinario vantaggio competitivo.

Nel corso dei nostri insight abbiamo affrontato il tema della gender equality e dell’importanza di applicare politiche di inclusione by design, implicite nell’architettura stessa dell’azienda, per creare una forza lavoro solida, resiliente e preparata che rifletta e restituisca la complessità del mondo reale. Ci siamo occupati di un tema delicato e trasversale a tutta la forza lavoro, quello della salute fisica e mentale sul posto di lavoro. Di fronte a un numero sempre più crescente di persone a ogni livello aziendale che soffre o ha sofferto di burnout con effetti spesso devastanti sulla propria carriera, i dati parlano di 4 lavoratori su 10, è evidente che le organizzazioni e i loro leader devono investire in iniziative e politiche volte a creare un ambiente sano e promuovere una coesistenza armonica tra lavoro e vita privata.

Abbiamo raccontato la fatica di moltissime imprese a trattenere i talenti, soprattutto quelli più giovani, e a trovarne di nuovi in un mercato che diventa giorno dopo giorno iper-competitivo. E sebbene per la maggior parte dei datori di lavoro il modo più rapido di acquisire o trattenere capitale umano sia intervenire sul salario o sui benefit, esistono strade più sostenibili economicamente e molto più efficaci sul lungo periodo. Le strategie di retention più efficaci sono quelle in grado di tradursi nel tempo in potenti strumenti di attraction per nuove leve. È chiaro, non sappiamo cosa ci riserva il futuro e come il lavoro evolverà nei prossimi mesi e anni, poiché è per sua stessa natura mutevole e inafferrabile, quello che possiamo fare è continuare a studiare, monitorare, interpretare, anticipare. Con gli occhi al futuro e i piedi ben saldi nel presente.

Flessibilità 

Nel nostro presente, così modellato dalla digitalizzazione prima e dall’emergenza Covid dopo, dobbiamo imparare a essere flessibili, resilienti o, meglio, antifragili rispetto a un futuro complesso. Se le persone possiedono esigenze e aspettative diverse sul proprio lavoro nelle varie fasi della propria vita, un leader che vuole far crescere la propria organizzazione deve iniziare a modellare il lavoro su di esse, mettersi in ascolto di questa diversità e soddisfare i bisogni del suo capitale umano.

La pandemia ha stravolto il nostro modo di vivere e di lavorare, accelerando tendenze già in essere e dotandoci di un cambio di prospettiva radicale. In questa fase di transizione verso la nuova prossima normalità, abbiamo l’occasione unica di ripensare l’ambiente di lavoro dalle fondamenta per renderlo realmente aperto, diversificato e inclusivo per tutti. Come hanno scritto Josh Bersin e Tomas Chamorro-Premuzic per l’HBR:
«Se riesci a creare un'esperienza inclusiva, equa e significativa per i dipendenti più anziani, così come per quelli più giovani, non solo scoprirai che la tua azienda diventa più innovativa, coinvolgente e redditizia nel tempo, ma ne avvantaggerai la società in generale.»

Generazioni a confronto

Come sottolinea HBR nel suo articolo, la presenza di diverse generazioni in azienda pone la questione di combinare differenti valori e competenze di persone che sono nate e si sono formate in contesti differenti.
Qualunque impresa, grande o piccola che sia, deve essere preparata a tale confronto; solo dall’inclusione delle differenze, dalla valorizzazione delle pluralità (esperienziali, comportamentali e attitudinali), infatti, nascono opportunità, idee e successi. Diversamente, il rischio è quello di alimentare stereotipi e con essi un clima di diffidenza e insoddisfazione.

Baby Boomer (1946-1964)

Soprattutto in Italia dove è ancora molto presente il vecchio paradigma di avanzamento di carriera, la generazione leadership è formata dai più anziani Baby Boomer.
Costoro hanno la capacità di influenzare i collaboratori perché sanno come adattare la comunicazione a seconda delle esigenze.
Ma in un mondo in cui giovani trentenni sono a capo di multinazionali e startup di successo, bisogna saper gestire l’inversione di ruoli nel modo più indolore e efficace possibile, sia per i dipendenti senior che per i giovani responsabili.

Generazione X (1965-1976)

Questa generazione ha un ruolo centrale in azienda, poiché essendo spesso composta da lavoratori di lunga data, condividono già la cultura e i valori aziendali. Un tesoro, in altre parole, che va salvaguardato dalle scosse impreviste del cambiamento.
Un’altra caratteristica che riguarda la Generazione X è l’obsolescenza delle competenze. Questi lavoratori necessitano spesso di una riqualificazione delle skill per colmare il gap di competenze rispetto sia alle generazioni precedenti e sia a quelle successive.

Millennial (1977-1997)

È la generazione di mezzo, quella che sembra più predisposta ad un processo di apprendimento continuo, il cosiddetto lifelong learning, è quella in grado di sfruttare le competenze tanto dei colleghi più giovani quanto di quelli più anziani. I Millennial sono a tutti gli effetti la chiave strategica del cambiamento culturale in azienda: dai vecchi ai nuovi valori, da modelli di gestione gerarchica a modelli collaborativi, da forme tradizionali e analogiche di comunicazione all’uso strategico dei social media. Inoltre, proprio perché si collocano nel mezzo, sono i collaboratori che più di tutti possono favorire l’interazione e la reciproca responsabilizzazione nel team di lavoro.

Generazione Z (nati dopo il 1997)

La generazione Z è la più giovane e rappresenta uno strumento di attraction. Proprio per la loro età, sono coloro che permettono di far fronte a differenti bisogni fra ogni generazione. In un mercato del lavoro così instabile sono anche l’oggetto del desiderio delle aziende in cerca di talenti. Le Risorse Umane spesso fanno leva proprio su di loro per favorire un aumento della retention in azienda, al fine di una maggiore motivazione ed efficienza sia dal punto di vista tecnologico e sia di acquisizione di nuovi valori aziendali.


Noi di Adecco, grazie all’esperienza ventennale, siamo in grado di trovare soluzioni differenti anche in base alle generazioni di lavoratori.

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